SS. Trinità delle Monache

SS. Trinità delle Monache

Le fonti attribuiscono la fondazione del monastero a Donna Vittoria de Silva, nobile spagnola del Sedile di Capuana, che, promessa sposa al conte Emilio Caracciolo di Biccari, alla vigilia del matrimonio, decise di ritirarsi ai primi del '600 nel monastero di S. Girolamo delle Monache, adottando il nome di Eufrosina. Desiderosa di vivere nella massima osservanza delle regole tridentine, su consiglio di padre Paolo Tolosa, preposto dei Ss. Apostoli, decise di abbandonare il monastero per ritirarsi, assieme a Ippolita Caracciolo, sorella dell’ex fidanzato, e ad altre consorelle (Angela Vagles, Elena e Porzia Battagline, Faustina Massa, Giovanna Severina, Agata d’Alessandro, Elisabetta Zagata e Giulia Imparara) in un nuovo complesso ricavato dall’adattamento di alcune abitazioni private situate nei pressi di via Costantinopoli. Ottenuto ufficialmente il permesso da papa Clemente VIII, impose al nuovo monastero il titolo di Trinità delle Monache, adottando la Regola francescana.

Crescendo il numero delle postulanti, fu deciso di acquistare il palazzo Sanfelice situato giusto nelle adiacenze del monastero che fu ufficialmente inaugurato nel 1608.

Posizionato alle falde della collina di San Martino, il monastero, di struttura grandiosa, si appoggiava ad alcuni tratti delle mura vicereali: il luogo era incantevole, testimoniato dagli accenti di grande meraviglia con cui non solo il monastero, ma soprattutto il chiostro, veniva descritto dalle Guide del 1700: «il più bello, il più grande, il più dilettoso in tutta l’Europa». L’edificio si articolava in ampi corridoi lungo i quali si affacciavano le camere (tutte con vista sul mare), il refettorio era interamente affrescato e poteva ospitare fino a 150 monache, un ampio loggione per la ricreazione era abbellito da fontane artificiali con giochi d’acqua, da giardini e boschetti, una galleria con 300 quadri e dai finestroni decorati completava il tutto.

Le ventotto arcate costruite sul lato settentrionale del monastero testimoniano ancora una grandiosità che oggi è possibile solo immaginare attraverso i resoconti dell’epoca. La fama del monasteri fu tale da indurre Maria d’Austria, sorella di Filippo IV e futura regina di Ungheria, a farvi visita nel 1630. Per tale occasione, le monache diedero la più alta prova della propria ospitalità, costruendo nel parco un piccolo pozzo traboccante vino, mentre ogni sorta di dolciumi cosparsi di fiori veniva servita in piatti d’argento. Un’altra ospite illustre visitò il monastero nel 1740,  Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo III di Borbone. In tale circostanza furono allestite decorazioni in cartapesta e la tavola reale fu imbandita con  «piatti cinesi e giarre d’argento».

Oltre ad essere ottime ospiti, le religiose eccellevano nella preparazione delle torte.

Nel monastero trovavano accoglienza solo fanciulle o monache appartenenti alle famiglie più in vista dell’Italia Meridionale (ricordiamo i de Silva, de Ponte, d’Aquino, d’Avalos, Piccolomini, di Somma, Pignatelli, de Guevara, i Dentice, i Caracciolo).

Il rito di monacazione era fastosissimo; ad esso prendevano parte anche poeti, il cui compito era la celebrazione delle nuove spose di Cristo. Dal minuzioso conto delle spese per la monacazione di Donna Maria Giuseppa Villapiana (1744) possiamo avere un’idea di tale fasto: per quest’occasione fu previsto l’impiego di un coro e di un’orchestra, nonché un pranzo e una cena, detti pietanza, che la nuova monaca doveva imbandire per le consorelle, il confessore ed il sagrestano. Ai due banchetti si aggiungeva anche una spasetta, contenente leccornie varie, destinata a ciascuna delle monache, mentre al confessore si davano cioccolata, percoche e mortaretti. Non erano dimenticate le converse, alle quali andavano soltanto due pizzette.

Si prestava molta attenzione alle esigenze alimentari delle monache; a metà del 1700 ci si preoccupava che ogni giorno sulla tavola ci fossero frutta fresca di stagione, riserve di caciocavallo, pane prodotto da non più di tre giorni, nonché una pietanza supplementare una volta al mese.

Era anche usanza, in occasione di feste di vario genere, mettere in scena melodrammi musicali o sacre rappresentazioni come La regina Ester, un’opera in musica di Giacomo Badiale, allestita nel monastero nel 1691.

Dieci erano i cappellani posti al servizio delle religiose, oltre ad un confessore, numerosi chierici, sagrestani e organisti: il loro sostentamento rappresentava la voce di spesa più rilevante dopo quella del vitto, con un’incidenza del 12,5% sul bilancio generale.

Il monastero ospitava il proprio Educandato in un fabbricato distinto e separato da quello in cui abitavano le monache. Il numero delle educande non poteva andare oltre la metà del numero delle religiose. Giunte all’età di venticinque anni le ragazze che non volevano prendere il velo dovevano uscire, sotto pena di violata clausura.

Nel corso del Decennio francese l’Istituto seguì la sorte di tanti altri. Le monache vennero espulse e ripararono nel monastero di Donnaregina mentre nel 1806 «il loro vasto monastero, magnifico tanto da avere perfino un laghetto artificiale atto alle gondole, fu mutato ad Ospedale Militare» (Galante) e rimase tale fino al 1992. Oggi il progetto europeo Urbact, sostenuto dalla Giunta comunale, mira al recupero dell'area.

a.v.

Fotografie di Marcello Erardi


📍Quartiere: Montecalvario, Via S. Lucia a Monte, 21

 ☨  Tipologia: Monastero francescano

📅 Data di fondazione: 1606, Sopp. 1808

⛪ Regola monastica: Francescana

👩🏻 Fondatrice: Donna Vittoria De Silva

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