Partenope: da Sirena a divinità.

parthenope fontana delle zizze

Partenope da Sirena a divinità.

A cura di Giovanna Greco

 

 

La leggenda
E’ del tutto eccezionale che un mito di fondazione di una città greca abbia come protagonista un essere ibrido e misterioso – metà donna bellissima metà uccello – (solo nel Medioevo assumerà la forma di pesce), esito dunque di due diverse nature. Nella leggenda, le Sirene sono fanciulle bellissime, compagne di gioco di Persefone, rapita da Ade, il Dio degli Inferi che ne fa la sua sposa e la Regina dell’oltre tomba. Le Sirene chiedono agli Dei di donare loro le ali così da poter cercare in tutti i luoghi della terra la loro compagna rapita.
Nell’Odissea di Omero, le Sirene impersonano demoni marini che insidiano i naviganti nell’ora della calura, quando il vento cala, si passa dalla vela ai remi e cresce il pericolo di correnti e scogli affioranti. Il loro destino è segnato da un verdetto: sarebbero vissute finché un marinaio fosse passato senza fermarsi al loro canto. Quell’uomo fatale fu Ulisse. E allora le tre Sirene che popolavano gli scogli della costa sorrentina – Partenope, Leucosia e Ligeia - si suicidarono gettandosi nel mare; il corpo di Partenope arriva sullo scoglio di Megaride (Castel dell’Ovo) per rivivere nel nome della città.

 

 

Partenope, la dea vergine.
La Sirena si trasforma, diventa divinità benefica che protegge la nuova città; da mostro pericoloso a divinità protettrice, in un ciclo di rinascita, dalla morte alla vita, portatrice di valori quali la fertilità umana e naturale; rinvia, con la sua duplicità e il suo aspetto ibrido, alla complessità della natura; e non a caso Napoli si caratterizza per la sempre costante duplicità, per l’intreccio di nature diverse – città greca ma anche sannitica, città devota ma profana e magica- mai ridotta ad una uniformità rassicurante.
Partenope è nome parlante: la fanciulla dal bel canto; diventa, di racconto in racconto, divinità molteplice e poliedrica dove si mescolano e si fondono contraddizioni e contrasti: dal canto ammaliante della Sirena alla musica alta settecentesca e fino alla più popolare e amata canzone napoletana. La duplicità diventa la cifra costante di Napoli, sempre in bilico tra paradiso ed inferno; nell’immaginario collettivo rimarranno impressi i paradigmi del canto che incanta, dell’ibrido che è molteplicità, della metamorfosi che è trasformazione vivificante.
La dea Partenope è eternamente fanciulla; ha scelto di rifiutare il matrimonio e diventare così la divinità vergine che protegge le fanciulle al momento del passaggio verso la maturità e le nozze, dispensando loro fertilità, bellezza e gioia.

 

 

 

 

Partenope verrà raffigurata con il volto e le sembianze di una bellissima donna. Sulle prime monete in argento di Neapolis (V sec. a.C.) troviamo impressa una testa donna con, in testa, una corona di ulivo e, sul margine, il nome della città Nea-polis. Molto discussa è l’identificazione di una testa marmorea nota come la “Marianna, a cape e Napule; nella tradizione popolare è intesa come la raffigurazione di Partenope ed è stata oggetto di devozione anche in età moderna; ma potrebbe essere anche la raffigurazione di Hera o di Afrodite; l’opera è una copia di età romana tratta da un originale di età classica ed oggi la si può vedere a Palazzo San Giacomo.
Non abbiamo altre immagini che, con certezza, ci restituiscono l’immagine di Partenope né mai, nel corso dei secoli, si è costruita una sua iconografia fissa, come per le altre divinità; tuttavia, ancora alla fine del Quattrocento, nell’ambito di un piano di distribuzione dell’acqua in città, venne installata una fontana, dedicata a Partenope; raffigura una sirena dai cui seni sgorga l’acqua che spegne il fuoco del Vesuvio: ai suoi piedi è scolpito un violino, simbolo perenne del canto ammaliatore; oggi una copia (l’originale è conservato al Museo di San Martino) si trova presso la Chiesa di Santa Caterina della Spina Corona ed è nota come “Fontana delle zizze”.

Un santuario a Partenope
Di tutto questo spessore leggendario, rimane ben poco nella realtà materiale; nessuna traccia rimane del sepolcro di Partenope, divenuto luogo di culto sul litorale tra Pizzofalcone e Castel dell’Ovo; né sono mai stati rinvenuti resti di monumenti con funzioni sacre che potrebbero essere ricondotti a Partenope; ma la centralità della Sirena è profondamente radicata nel tessuto storico religioso; scrittori e poeti raccontano della devozione dei neapolitani che costruivano templi ed altari alla Dea, da sempre al centro della vita religiosa della città.

 

Il rito
E’ sempre dalla tradizione letteraria che veniamo a conoscere un rito molto particolare che si svolgeva, annualmente, in onore di Partenope. Noto come la corsa delle fiaccole, è parte di una cerimonia rituale più complessa che comprendeva una corsa notturna, a staffetta di fanciulle che, con le fiaccole accese, dovevano raggiungere la tomba/ santuario di Partenope, sul litorale e svolgere lì un sacrificio in suo onore; la lampadodromia, di tradizione greco- attica, entra a far parte dei sacra neapolitani nel corso del V secolo av.C., ma dura a lungo e attraversa epoche differenti; solo in età vicereale, nel corso del XVII scolo sarà abolita per motivi di ordine pubblico, per ricomparire in tutt’altro statuto religioso, nella processione dei maratoneti con le fiaccole che si svolge il 18 Settembre in onore di San Gennaro.

 

Una cerimonia
Sono sempre le leggende a raccontare di un’altra cerimonia sacra che si svolgeva in primavera, in onore della Sirena; protagoniste sono sempre le fanciulle che si preparano alla nozze; si racconta che sette fanciulle, scelte tra le famiglie più aristocratiche della città venivano preparate, in primavera, per una cerimonia alla Sirena come ringraziamento per la rinascita della natura e della vita. La processione attraversava tutta la città, fino al mare e ognuna delle fanciulle doveva portare un frutto dalla fertile terra; i sette doni consistevano in farina, uova, ricotta, grano, miele, frutta candita e aromi; arrivate sulla spiaggia, le fanciulle, a turno, gettavano questi doni nel mare; la leggenda racconta che la Sirena li restituisse, sapientemente rimescolati a comporre quel dolce, divenuto simbolo della città: la pastiera.

 

 

Per saperne di più:

 

  • Napoli, Napoli greco- romana, Napoli 1959
  •  AA.VV: Storia di Napoli, I, Napoli 1967
  • AA.VV:  Napoli antica, Catalogo Mostra, Napoli 1985-1986, Napoli 1985
  • AA.VV: Neapolis, Atti del XXV Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 1985, Taranto 1986
  • AA.VV: Neapolis (a cura di F. Zevi), Banco di Napoli, Napoli 1994
  • Giampaola, E. Greco, Napoli prima di Napoli. Mito e funzione della città di Partenope, Roma 2022

 

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