Le Sacerdotesse

Le Sacerdotesse

 a cura di Giovanna Greco

 

Il sacerdozio femminile è ben documentato sia nelle fonti letterarie che in quelle materiali.

 

Nel mondo ellenico:

Ad Atene vi era un collegio sacerdotale femminile dedicato al culto della dea Atena, figlia di Zeus e patrona della città.

(Atene - Partenone il dono del peplo)

Le sacerdotesse erano riunite in un’associazione e avevano una casa a loro destinata dalla comunità tutta. Era loro compito accudire al santuario, alla celebrazione dei rituali e delle feste annuali, sovrintendere ai sacrifici; rimane tuttavia ancora solo appannaggio del Sommo Sacerdote il sacrificio cruento; alle sacerdotesse il compito di allestire la scena del sacrificio, preparare gli strumenti e addobbare l’animale con bende e fiori. Alle sacerdotesse di Atena era affidato anche l’educazione delle fanciulle ateniesi e la loro iniziazione verso il matrimonio e la vita sociale. Le giovani, tra i sette e gli undici anni, scelte tra le famiglie aristocratiche ateniesi, vivevano il loro periodo iniziatico nella casa delle sacerdotesse e sotto la diretta responsabilità della grande sacerdotessa; la loro istruzione consisteva nell’ apprendere la musica, il canto, la gestione del culto e tutti i mestieri inerenti l’economia domestica. La tessitura del peplo che annualmente veniva portato in processione e che serviva per vestire l’idolo della Dea, era uno dei loro doveri; ma dovevano anche organizzare la festa annuale (le Panatenee) e partecipare a rituali e sacrifici.

tavoletta da Locri con sacerdotesse in processione ( V sec.a.C.)

donne al telaio, vaso attico a figure nere

 Santuario di Hera alla foce del Sele (Paestum)

Il sacerdozio femminile, ad Atene, era ereditario e dunque, per molti anni, le sacerdotesse provenivano tutte da un’unica famiglia aristocratica; ma anche quando divenne elettivo, le fanciulle prescelte dovevano comunque provenire dal ceto aristocratico della città. Queste sacerdotesse godevano di moltissimi privilegi e avevano il rispetto di tutta la comunità cittadina; alcuni nomi si leggono, ancora oggi, scolpiti sui sedili di marmo del teatro di Dioniso, a loro riservati.

 

 Ad Eleusi, a circa 20 km da Atene, vi era la sede del più famoso e celebrato santuario dedicato a Demetra e alla figlia Kore. A gestire il santuario è un sommo sacerdote (hierophantes) un aristocratico che, insieme ad alti funzionari, amministrava il tesoro del santuario e la sua funzionalità. Ma, nello svolgimento del rituale, nelle cerimonie annuali, nel rapporto con le divinità, il sommo sacerdote è assistito da una sacerdotessa chiamata dadouchousa (portatrice della fiaccola) che ricopre lo stresso grado di dignità e potere del sommo sacerdote; la sacerdotessa, a capo di un collegio sacerdotale femminile aveva il compito di scegliere gli iniziati al culto e valutarne i requisiti per l’iniziazione ai Misteri; vi erano altre sacerdotesse (hierophantides) addette alla celebrazione del culto a Demetra, la madre e a Kore, la figlia. Queste sacerdotesse, scelte tra le giovani aristocratiche, rimanevano in carica tutta la vita, ma potevano sposarsi e avere una loro famiglia. Esisteva ancora un altro collegio di sacerdotesse dette le inviolabili (panageis) che vivevano in una casa isolata, non avevano contatti con gli uomini e erano dedicate solo allo svolgimento del Misteri divini; erano soprannominate le melissai (api) forse associando l’asessualità di questi insetti al loro essere lontane dall’uomo.

 Santuario di Eleusi, rappresentazione del rito e della cerimonia

Il sacerdozio femminile nella Napoli greco - romana.

Cicerone racconta che, quando a Roma si dovevano celebrare riti e cerimonie in onore di Cerere (Demetra), le sacerdotesse venivano chiamate da Neapolis e da Velia, le uniche città della Magna Grecia dove si erano conservate le tradizioni cultuali e cerimoniali di impronta ellenica del culto alla Dea. Dell’esistenza di un collegio sacerdotale femminile, a Neapolis, abbiamo conferma sia nei testi letterari che in alcune iscrizioni funerarie; il collegio sacerdotale femminile dedicato al culto di Demetra era composto da donne provenienti dal ceto aristocratico della città e doveva avere regole molto simili a quelle del collegio sacerdotale di Eleusi; tra i loro compiti vi era quello di istruire e avviare le giovani fanciulle verso il matrimonio e la gestione della casa.

Conosciamo il nome di almeno quattro donne che sono state ricordate e celebrate come sacerdotesse di Demetra

 

Tettia Castia

Vive nella Napoli del I sec. d. C; muore prematuramente (nel 71 d.C.) e viene onorata dall’intera comunità cittadina:

per aver dedicato tutta la sua vita al sacerdozio, per aver sostenuto, a proprie spese, abbellimenti in città. Il Senato onora Tettia Castia con una statua, un ritratto su scudo, una corona d’oro e stabilisce che venga seppellita a spese pubbliche. Tettia è stata sacerdotessa, forse di Demetra; ha gestito un οἴκος (casa delle donne, associazione, collegio sacerdotale?); ha svolto un ruolo pubblico nella gestione del sacro tale da essere onorata con funerali pubblici.  E’ stato ipotizzato che il collegio gestito da Tettia sia quello dal quale siano partite le sacerdotesse per celebrare i riti a Roma, al santuario di Cerere.

 

Cominia Plutogenia

Conosciamo questa sacerdotessa per una dedica onoraria che viene posta da un suo pronipote, nel II sec. d. C, che vuole ricordarla per aver dedicato la sua vita a Demetra Thesmoforica, ovvero la Demetra che sovrintende alle regole del vivere sociale; alla dedica partecipa il Consiglio tutto della città di Neapolis.  Plutogenia, moglie di Paccio Caledo, arconte della città, ha vissuto in età flavia (I sec. d. C., quindi un secolo prima della dedica onorifica); ha svolto incarichi pubblici sacerdotali nel santuario di Demetra, tali da essere ricordati dal pronipote con una dedica nel Foro della città.

 

Domizia Calliste

E’ sacerdotessa, a Napoli, nel santuario di Atena Sicula e le viene dedicata una stele funebre nei decenni finali del I sec. a.C.A Domitia Calliste sacerdotessa di Atena Sicula, divenuta …… pubblica per volere del Consiglio. Dunque un’altra sacerdotessa che viene onorata dalla comunità cittadina e della quale non sappiamo molto altro; mentre molto interessante è il riferimento ad Atena appellata come sicula che se da un lato attesta il rapporto tra Neapolis e la Sicilia, in particolare Siracusa, dall’altro sembra suggerire una ruolo della divinità quale protettrice dell’operosità, dell’ingegno (Ergane)

 

Prima Pretidia

Conosciamo questa nobile figura di donna, grazie ad un epitaffio in alfabeto latino del I secolo a.C. Giace sepolta essendosi compiuta la volontà del fato e dopo aver trascorso la vita in ricchezza, è andata ora nel regno di Persefone. Prima Pretidia apparteneva ad una famiglia nobile, è stata moglie e madre ma conserva l’appellativo onorifico di sacaracirix (somma sacerdotessa); è anche chiamata pristafalacirix, termine poco chiaro ma che sta ad indicare, con ogni probabilità, un ruolo eminente nel collegio sacerdotale, quasi capo delle sacerdotesse

 

Nel mondo romano  

 

Rilievo da Villa Albani con le Vestali

immagine della Vestale maxima, II sec.d.C

Le Vestali sono sacerdotesse, a Roma, e costituiscono un’eccezione nel mondo sacerdotale romano, tutto al maschile. La tradizione scritta riporta il numero delle Vestali, sei vergini; ma nel corso del tempo è un numero destinato a cambiare; il loro compito principale è quello di sorvegliare e vigilare il fuoco sacro, nel santuario di Vesta (Estia greca) che deve rimanere sempre acceso perché è simbolo della continuità dello stato e della famiglia. Le Vestali vengono prescelte, prima della pubertà, tra le fanciulle dell’aristocrazia; rimanevano in servizio per trent’anni; i primi dieci anni erano dedicati all’apprendistato, altri dieci al servizio vero e proprio e gli ultimi dieci all’insegnamento delle più giovani.

L’obbligo era la verginità: non appartenendo a nessun uomo, incarnano la collettività, la città tutta. Vivono insieme in una stessa casa, solitamente adiacente al santuario di Vesta ed è la collettività a farsi carico del loro sostentamento. Durante il servizio, la Vestale doveva avere un abbigliamento e una pettinatura dedicata (abito lungo (stola) mantella (rica); bende (vittae); i capelli dovevano essere spartiti in sei trecce (sex crines come quelli delle donne sposate).

Le Vestali partecipavano a tutti i sacrifici pubblici e preparavano con le spighe di grano tostate e macinate la mola salsa che veniva sparsa sugli animali condotti al sacrificio cruento; avevano uno statuto privilegiato nella società con il diritto a testimoniare nei tribunali, disporre liberamente dei propri beni e fare testamento. L’ordine delle Vestali durò molti secoli e venne sciolto solo nel 394 d. C. con Teodosio che vietò ogni culto pagano.

 

 

Per saperne di più:

Angelo Brelich, Introduzione alla storia delle religioni, I ed. 1966, rist. Roma 2003

Miranda, Iscrizioni greche d’Italia. Napoli I, Roma 1990

 

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